Buongiorno a tutti,
intervengo su questo argomento che so essere spinoso, dato che mi ha incuriosito all’epoca e ci ho messo un po’ a capirci qualcosa (ma ci ho messo molto di più a trovare il tempo per scriverne!).
Quanto segue è frutto di alcune ipotesi, che alla luce delle informazioni pubbliche trovo verosimili, ma non riflette certezze perché i documenti di riferimento sono tutt’ora riservati.
Inoltre non sono un medico ed userò sicuramente in maniera imprecisa alcuni termini.
—-- Premesse
1) Le federazioni e il comitato olimpico.
Il Comitato Olimpico Internazionale (CIO) è un’organizzazione con sede in Svizzera che gestisce il marchio olimpico, decide le sedi e amministra i milionari diritti televisivi degli eventi collegati alle Olimpiadi.
L’International Boxing Association è invece una federazione dilettantistica che regola numerosi campionati nazionali e appunto i mondiali di boxe, ma è fuori dal CIO, cioè dalle Olimpiadi, definitivamente, dal 2023.
C’entrano l’invasione russa dell’Ucraina (il principale sponsor della IBA era Gazprom), dunque sanzioni ed enormi interessi economici, tra accuse di corruzione reciproche, putinismo, e la pesante ombra della geopolitica che incombe anche sullo sport.
Il CIO promuove come sostituto della IBA per le prossime Olimpiadi un’altra federazione, la neonata “World boxing”, guardacaso con sede in Svizzera.
2) La sindrome di Morris
Alcune persone presentano una condizione congenita chiamata sindrome di Morris o intersessualità che produce dei DSD (Disorders of Sex Developments) durante la gravidanza. Queste persone possono avere una coppia di cromosomi XY — quindi essere geneticamente maschi — ma presentare alla nascita organi sessuali femminili. Normalmente non hanno l’utero né le mestruazioni, ma presentano testicoli interni e la vagina iposviluppata; sono sterili e iperandrogini, con livelli di testosterone molto alti, e potrebbero non accorgersi della loro condizione fino all’età adulta. Pare che le varianti siano molte, una quarantina, sia pur poco frequenti (prevalenza 1/15000).
3) I test di genere nello sport.
I test di genere nello sport hanno una storia controversa lunga più di un secolo. Lo scopo iniziale era evitare che uomini travestiti da donne partecipassero a gare femminili — un problema che si è posto anche in tempi relativamente recenti con le atlete della ex DDR.
Sono cambiate nel corso del tempo le procedure e la loro affidabilità, evolutasi di pari passo con la scienza medica, a partire da test visivi, per arrivare a test ormonali e infine genetici.
I test basati sul testosterone sono venuti alla ribalta per via di Caster Semeya, l’atleta sudafricana che primeggiava gli 800m intorno agli anni ‘10 di questo secolo. Semeya presenta un DSD, ovvero cromosomi XY, ma testicoli interni ed un livello di testosterone nel range tipico di un uomo, pur avendo naturalmente organi genitali femminili. E’ stata obbligata a sottoporsi a terapia ormonale a pena di esclusione dalle gare, in modo da riequilibrare il suo livello nel range di una donna, ma tale decisione ha uno strascico legale ancora in corso. Sulla sua condizione non ci sono dubbi perché nel momento in cui ha agito legalmente per tutelarsi tutti i suoi dati sono diventati di pubblico dominio.
Le federazioni sportive non hanno un regolamento comune per questi casi limite e fanno un po’ ognuna come gli pare: il livello di testosterone è stato il riferimento principale, almeno fino al 2022; ad esempio World Acquatics e l’International Cycling Unit hanno proibito di gareggiare ai transessuali se avevano superato la pubertà prima di effettuare la transizione, altre federazioni li ammettevano (al pari degli intersessuali) purché il livello di testosterone fosse sotto una certa soglia (2.5 nmol/l, un decimo di un uomo) … una giungla.
Poi è subentrato l’ultimo regolamento del CIO del 2022 fondato sull’idea che nemmeno il livello di testosterone sia un marker attendibile, che i test siano invasivi e degradanti “a prescindere”... e in sostanza che l’unico modo equo per valutare il sesso è basarsi sui documenti di identità, semmai decidendo caso per caso.
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Imane Kehlif è dunque un uomo? La risposta esatta è “dipende”.
Di certo non è un transessuale nel senso canonico, non si è operato/a e non ha fatto terapie ormonali… questo perché l’Algeria non è un paese che ben tollera i transessuali e non avrebbe potuto farlo.
Molto verosimilmente è un DSD, come intuibile dalle dichiarazioni della IBA a proposito della sua esclusione dai mondiali (peraltro la IBA parla di “Test” ma non chiarisce nemmeno se siano ormonali o genetici, e non possiamo saperlo dato che il CIO ha imposto la riservatezza... in filigrana sembra un problema genetico).
Dunque uomo o donna? X. Dipende dal criterio di classificazione: se valutiamo i cromosomi è uomo, se valutiamo gli organi genitali è donna, se consideriamo l’utero, il mestruo o la possibilità di rimanere incinta è un uomo, il livello di testosterone… boh.
A mio avviso sarebbero cruciali la trasparenza dei criteri di decisione usati in questo caso e la pubblicità dei relativi dati. Considerata la risonanza mediatica, mi parrebbe necessario fare chiarezza. Trovo assurdo invocare la privacy per qualcuno che è diventato un personaggio pubblico e per una questione di rilevanza universale.
Quale è la sua condizione clinica? Quali sono i suoi livelli di testosterone? Che test sono stati fatti e con quali risultati? Il criterio adottato qual è? Si estende ad altri casi?
Ma ecco il domandone da un milione di dollari: questa condizione gli o le dà un vantaggio ingiusto?
Trattandosi di boxe, dove le categorie per età, peso e sesso sono importantissime per contenere i rischi, questo è il vero nocciolo della questione.
Chi ha valutato come "accettabili" i rischi che correvano gli avversari e su quali basi?
Alun Williams, professor of sports and exercise genomics at Manchester Metropolitan University, said that when considering if a person had an unfair advantage it was necessary to look at chromosomes, levels of testosterone and other hormones, as well as the body's response to testosterone. [...]That then is a clinical assessment, which is really very invasive [...] Simply looking at someone's sex chromosomes ... is incomplete
In altre parole, per stabilire se c’è un vantaggio ingiusto, non solo andrebbero considerati tutti gli aspetti elencati nella loro interezza e complessità, ma andrebbero anche effettuati testi clinici — questi sì — molto invasivi a cui nessun atleta si sottoporrebbe e che nessuna federazione potrebbe imporre.
Aggiungo una considerazione statistica: essendo l’intersessualità una condizione piuttosto rara e variegata, è impossibile mettere in piedi uno studio scientifico con un numero sufficiente di soggetti tale da avere validità generale e da poter essere preso come norma.
Ma se non è possibile essere certi del vantaggio ingiusto, come si fa?
Qui la risposta dipende dalla sensibilità personale e dal peso che si vuole dare a due esigenze contrastanti: l’inclusione e l’equità (che nel caso degli sport da combattimento, ribadiamolo, significa anche sicurezza e tutela degli atleti).
Un semplice principio di cautela vorrebbe che si presumesse l’esistenza di un vantaggio ingiusto, e che chi intenda partecipare alla competizione ne debba dimostrare l’inesistenza, sottoponendosi sua sponte a tutti i test necessari, con tutte le garanzie di riservatezza necessarie naturalmente. Da questo punto di vista la decisione dell’IBA è stata rude ma condivisibile.
Kehlif poteva fare ricorso, ma non l’ha fatto, probabilmente per non rendere pubblica la sua condizione o sottoporsi ad accertamenti clinici.
Fermandosi invece a quanto dichiarato nei documenti, come ha fatto il CIO, si presume al contrario che il vantaggio ingiusto non esista e si espongono gli atleti a dei rischi non quantificabili, per l’impossibilità stessa di accertarne l’entità — ricordiamoci che in alcuni paesi si sta andando verso il cambiamento di genere sui documenti con una semplice autocertificazione. Risulta facile immaginare le conseguenze.
Credo che per qualunque sportivo la par condicio della competizione venga prima dell’inclusione. Lo sport esclude e seleziona per sua natura, si gareggia per vincere e vince uno soltanto, tra persone messe in condizioni di competere più o meno alla pari (per questo esistono le categorie e per questo includere senza certezze scientifiche a supporto è una mortificazione degli atleti che gareggiano per categoria).
Temo che i canali preferenziali di inclusione per gli sportivi con caratteristiche sessuali ambigue non siano stati introdotti o invocati dagli sportivi, o dalla maggioranza di essi, ma da pressioni ideologiche sull’organizzazione che li norma, la quale si cura del business dello sport e del “gender washing” più che dell’equità delle competizioni.
C’è un’ultima considerazione che voglio aggiungere. Tra chi tira per la giacca gli studi scientifici di solito senza averne mai letto uno che sia uno, e chi contamina i fatti con le ideologie, la rappresentazione data dai nostri media è davvero raccapricciante. Ne cito una:
“Imane Khelif prende a pugni i pregiudizi”... questa l’ho sentita con le mie orecchie al tg di LA7 nel celebrare la sua vittoria (che non depone certo in favore dell’assenza di vantaggio ingiusto) e sono saltato sulla sedia. Avevo ampiamente sopravvalutato questo tg. Ma gli altri media non sono stati da meno.
“Stabilire se uno è uomo o donna è incredibilmente difficile”: dichiarazione testuale del presidente del CIO. In realtà no. Lo è solo in alcuni casi molto particolari e rari, i DSD, e solo per quei casi andrebbe prevista una procedura trasparente, rispettosa e riservata ma basata su test clinici che dissipi i dubbi su l'ingiusto vantaggio. Possibilmente anche omogenea tra le varie discipline. Verrà adottata? Non credo proprio, col politically correct che uccide il buon senso è finita che per avere una decisione sensata serve una federazione sportiva russa… fate un po’ voi.
Ecco un paio di link di approfondimento abbastanza obiettivi se avete tempo per leggere altro:
https://www.bbc.com/news/articles/crlr8gp813ko
https://apnews.com/article/sex-eligibil ... b0bced1706
Cari saluti
Antonio